Sant'Antioco e le sue isole
Davanti alle dune di Porto Pino si distende la sagoma di Sant'Antioco, quarta isola più grande del Mediterraneo dopo Sicilia, Sardegna e isola d’Elba. Abitata fin dalla Preistoria e colonizzata nel IX secolo dai Fenici, rappresenta un particolare unicum etnico-linguistico: sulle sue sponde si parlano infatti sia il sardo che il tabarchino, parlata ligure importata da alcuni abitanti di Pegli trasferitosi in Tunisia, sull'isolotto di Tabarca, e quindi approdati in Sardegna a fine '700.
L'isola che non è un'isola A collegarla alla dirimpettaia Sardegna sono un sottile istmo di terra e un ponte, che la rendono raggiungibile dal porto e dall’aeroporto di Cagliari in appena un’ora di automobile. Un'esile striscia che separa il golfo di Palmas e la laguna di Santa Caterina, habitat naturale di fenicotteri rosa e altre specie di uccelli acquatici. Da qui si possono raggiungere i paesi di Calasetta, tipico borgo marinaro, e Sant’Antioco, custode dell’antico santuario di Sant’Antioco Martire, patrono della Sardegna.
Le bellezze di Sant’Antioco Oltre alla bella basilica del V sec. d.C. intitolata al santo che le dà il nome, la cittadina conserva suggestivi siti archeologici come i menhir Sa Mongia e Su Para, le tombe dei giganti Su Niu e Su Crobu, e quattro domus de janas, scavate nella roccia del monte Is Baccas e nella zona di Grutt'acqua. In paese sono da visitare il Museo etnografico e il Museo Archeologico Ferruccio Barreca, dove sono esposti numerosi reperti di origine fenicio-punica. Fra le spiagge, si segnalano Su Portixeddu, Maladroxia, Co’e Quaddus e e Cala Lunga, mentre lungo la costa occidentale si trovano le cale rocciose di Is Praneddas, Cala Sapone, Cala della Signora e Cala Tuffi. Il versante settentrionale dell’isola è invece celebre per la coltivazione di vigneti da cui si producono il Carignano e il Cannonau.
Isole 'bovine' Gli amanti delle immersioni e della pesca subacquea trovano nelle acque di Sant'Antioco un vero e proprio paradiso. A largo delle sue coste si trovano tre isolotti – il Toro, la Vacca e il Vitello – i cui bizzarri nomi sono ricordati già a fine '500 nell'Atlante di Mercatore. I loro fondali, compresi fra i 20 e i 50 metri di profondità, sono popolati di varie specie di pesci e conservano le tracce di alcuni tiri d'artiglieria navale risalenti alla fine dell'Ottocento e al secolo scorso.
